Articolo scritto il 25/06/2026
Nel 2026 un/una commercio ambulante in Italia può guadagnare, in termini di guadagno netto del titolare, da poche migliaia di euro l’anno fino a oltre 30.000 euro nei casi migliori: non esiste quindi un reddito fisso, ma una stima che varia molto in base a zona, merceologia, costi e capacità di vendita. Per capire davvero quanto guadagna, però, bisogna distinguere tra fatturato, utile netto dell’attività e denaro che resta in tasca dopo tasse e contributi, perché due operatori con incassi simili possono avere risultati molto diversi.
In questo articolo vedrai range realistici, costi tipici, punto di pareggio e i fattori che incidono sul margine, oltre alle strategie pratiche per aumentare i ricavi e agli errori fiscali da evitare. Le stime vanno lette con prudenza, alla luce di dati e fonti istituzionali come ISTAT, INPS, Agenzia delle Entrate e Camere di Commercio; per simulare ricavi, costi e scenari di guadagno puoi anche usare il Software business plan Commercio Ambulante 2026 AI, utile per costruire un business plan più realistico.
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Quanto guadagna davvero un commerciante ambulante
Nel commercio ambulante il punto non è solo quanto guadagna in termini di incassi, ma soprattutto quanto resta davvero in tasca dopo costi e imposte. Nella pratica, un’attività può avere un fatturato discreto e lasciare un guadagno netto molto più basso se merce, carburante, suolo pubblico, assicurazioni, manutenzione del mezzo, contributi e tasse assorbono troppo margine. Per leggere bene il business, conviene ragionare su scenari: per esempio, un’attività può muoversi in un range di utile netto annuo molto diverso a seconda del modello di vendita, della location e della capacità di tenere sotto controllo i costi.
Quanto si guadagna tra non alimentare, alimentare e street food
La differenza principale sta nella struttura dei margini. Nel non alimentare il peso della merce può essere più gestibile, ma i risultati dipendono molto dalla rotazione e dalla posizione. Nell’alimentare e nello street food, invece, il volume di vendite può essere più alto, ma anche i costi operativi tendono a salire: ingredienti, gestione del mezzo, energia, autorizzazioni e tempi di lavoro incidono in modo diretto sulla redditività.
In termini pratici, il commercio ambulante va letto così: non basta fare incassi, bisogna guardare il margine dopo i costi variabili e poi sottrarre i costi fissi. La formula utile è semplice: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se il margine si assottiglia, il break-even si sposta più in alto e servono più vendite solo per coprire le spese.
Come leggere fatturato e costi senza farsi ingannare
Il fatturato è il primo numero da guardare, ma da solo dice poco. Due ambulanti con lo stesso volume di vendite possono avere risultati opposti se uno ha costi di merce più bassi e l’altro paga di più per carburante, occupazione del suolo e manutenzione. Nella pratica, il vero discrimine è tra incasso lordo e utile netto: il primo mostra quanto entra, il secondo quanto resta dopo tutte le uscite.
Per questo è fondamentale non sottostimare i costi fissi e i costi variabili. Se il prezzo di vendita viene copiato da altri senza calcolare i propri costi, il rischio è lavorare molto e guadagnare poco. Lo stesso vale se non si considerano tasse e contributi: il netto in tasca non coincide mai con il fatturato.
Un esempio operativo aiuta a capire il meccanismo: se un’attività ha €8.000 di costi fissi mensili e un margine di contribuzione del 50%, servono €16.000 di vendite minime solo per andare in pareggio. Sotto questa soglia il titolare non genera utile, sopra inizia a costruire il proprio guadagno reale.
Come aumentare il margine e il netto in tasca
Nel commercio ambulante il guadagno cresce quando si lavora su tre leve: più rotazione, meno sprechi, migliore controllo dei costi. In concreto, questo significa scegliere bene le giornate e i punti vendita, evitare acquisti di merce troppo abbondanti, monitorare carburante e manutenzione, e verificare con attenzione il peso di autorizzazioni, assicurazioni e contributi. Anche piccoli scostamenti sui costi possono cambiare molto il guadagno netto finale.
In sintesi, chi tende a guadagnare di più è chi ha un modello con buona rotazione, costi sotto controllo e un posizionamento coerente con la domanda locale. Lo street food può generare incassi interessanti, ma solo se il flusso clienti è alto; il non alimentare può essere più semplice da gestire sul fronte dei costi; l’alimentare sta nel mezzo, ma richiede attenzione continua a margini e sprechi. Il punto chiave è sempre lo stesso: non guardare solo il fatturato, ma quanto resta dopo tutte le uscite.
💡 Idea chiave: nel commercio ambulante il vero guadagno dipende dal margine: anche con un buon fatturato, il netto in tasca può ridursi molto se costi fissi, costi variabili, tasse e contributi assorbono troppo; in pratica, il break-even va sempre calcolato prima di aprire.
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Quanto si guadagna davvero con il commercio ambulante
Per capire quanto guadagna un commerciante ambulante bisogna partire da una regola semplice: il fatturato conta, ma il guadagno netto dipende da costi fissi, costi variabili e stagionalità. Nella pratica, due attività con ricavi simili possono avere risultati molto diversi se una sostiene più spese per occupazione del suolo, trasporti, energia, ammortamento del mezzo o personale. Per questo il vero obiettivo non è solo vendere di più, ma arrivare a un utile netto sostenibile e a un break-even realistico, cioè al punto in cui i ricavi coprono tutti i costi.
Quanto pesa il fatturato sul guadagno reale
Nel commercio ambulante il fatturato è il primo indicatore da guardare, ma non dice da solo quanto resta in tasca. Il risultato finale cambia molto in base alla location, alla stagionalità e al tipo di merce venduta. In termini pratici, il margine va sempre letto su base annua, perché alcuni mesi possono essere forti e altri molto più deboli. Questo è particolarmente importante quando si lavora in aree con flussi variabili: il guadagno mensile può oscillare parecchio, mentre il bilancio annuale mostra la redditività vera dell’attività.
Una formula utile è questa: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se i costi crescono più velocemente dei ricavi, il guadagno netto si riduce anche quando il fatturato sembra buono. Per questo, nella pratica, non basta copiare il prezzo dei concorrenti: bisogna verificare se quel prezzo lascia spazio a tasse, contributi e spese operative.
Quali costi incidono di più
Le voci che pesano di più sul conto economico di un ambulante sono in genere l’acquisto della merce, l’occupazione del suolo, i trasporti, l’energia, l’ammortamento del mezzo, l’eventuale personale, le commissioni e gli scarti. In assenza di dati specifici di settore nel contesto, è corretto ragionare per ordine di impatto: i costi variabili seguono il volume delle vendite, mentre i costi fissi restano da coprire anche nei mesi più deboli.
Il punto chiave è questo: più alta è la quota di costi fissi, più vendite servono per andare in utile. Se invece i costi variabili sono ben controllati, il margine migliora e il business diventa più resistente ai mesi meno forti.
Come leggere il break-even nella pratica
Il break-even è il livello minimo di ricavi necessario per coprire tutti i costi. In pratica, se i costi fissi mensili sono 8.000 euro e il margine di contribuzione è del 50%, servono 16.000 euro di vendite per andare a pareggio. Questa è una semplificazione utile per capire quanto si guadagna davvero: prima si coprono i costi, poi arriva l’utile.
Un esempio operativo aiuta a leggere meglio il risultato. Se un ambulante incassa 20.000 euro al mese e sostiene 13.000 euro di costi complessivi, l’utile lordo è 7.000 euro. Da lì vanno ancora considerati tasse e contributi, quindi il netto in tasca sarà inferiore. È proprio qui che molti sottostimano il risultato reale: guardano il fatturato e non il residuo dopo tutte le spese.
Come aumentare margine e redditività
Per migliorare la redditività non serve solo vendere di più: spesso conviene lavorare su tre leve molto concrete. La prima è ridurre gli scarti e gli sprechi, perché ogni merce invenduta erode il margine. La seconda è controllare i costi di trasporto e logistica, che possono pesare in modo significativo sui mesi meno intensi. La terza è scegliere con attenzione il posizionamento, perché la stagionalità può far cambiare molto il risultato mensile.
In sintesi, il commercio ambulante va valutato su base annua e non solo mese per mese. Un’attività può sembrare molto redditizia in alta stagione e poi assorbire margini nei periodi più deboli. Per questo, prima di investire, è fondamentale simulare scenari prudente, medio e buono, così da capire se il guadagno netto resta positivo anche quando il fatturato rallenta.
💡 Idea chiave: nel commercio ambulante il vero guadagno non è il fatturato, ma ciò che resta dopo costi fissi, costi variabili e tasse: il punto di pareggio va sempre calcolato prima, perché basta poco per spostare il netto di migliaia di euro all’anno.
Quanto incidono posizione, prodotto e stagionalità sui guadagni del commercio ambulante
Nel commercio ambulante quanto si guadagna davvero dipende soprattutto da dove si vende, cosa si vende e quando si vende. Nella pratica, il fatturato può cambiare molto tra un posteggio in un mercato poco affollato e una zona turistica o un evento, così come cambia tra food e non alimentare. Per questo il guadagno netto non va mai letto solo sul volume d’incasso: tra giorni effettivi di lavoro, rotazione della merce, costi di accesso e stagionalità, il risultato finale può spostarsi in modo significativo. Come riferimento prudenziale, in attività con forte variabilità di flusso clienti il margine reale può oscillare molto più del fatturato, e il punto di break-even va sempre simulato prima di scegliere il posteggio o cambiare area.
Dove vendi cambia il fatturato
La posizione del posteggio è uno dei fattori che pesa di più sulla redditività. Un mercato con passaggio costante, una zona turistica o un evento temporaneo possono generare più vendite rispetto a un’area con traffico debole, ma spesso comportano anche costi di accesso più alti e maggiore concorrenza. In pratica, non conta solo il numero di persone che passano: conta quante si fermano, quante comprano e con quale frequenza tornano.
Per leggere bene i guadagni, conviene ragionare su tre variabili: flusso clienti, scontrino medio e giorni di lavoro effettivi. Se il flusso è alto ma il prezzo medio è basso, il fatturato può restare interessante ma il guadagno netto si assottiglia. Se invece il prodotto ha un valore medio più alto, anche con meno transazioni il margine può migliorare.
Food e non alimentare non guadagnano allo stesso modo
Food e non alimentare hanno dinamiche diverse. Nel food la frequenza di acquisto tende a essere più alta, ma anche la gestione è più delicata: la merce ruota velocemente e gli sprechi possono incidere molto sui risultati. Nel non alimentare, invece, la rotazione è spesso più lenta, ma lo scontrino medio può essere più alto e il mix di prodotti può aiutare a sostenere il margine netto.
Qui il punto non è solo vendere di più, ma vendere meglio. Un assortimento ben costruito può migliorare la redditività perché permette di bilanciare articoli ad alta rotazione con prodotti a maggiore valore. In pratica, il mix di prodotti può compensare le giornate deboli e rendere più solido il risultato mensile.
Un esempio operativo aiuta a capire il meccanismo: con 60 clienti al giorno e uno scontrino medio di 8 euro, il ricavo giornaliero è di circa 480 euro; su 20 giornate di lavoro si arriva a circa 9.600 euro al mese. Da lì, però, bisogna togliere costi fissi, costi variabili, tasse e contributi per capire il guadagno netto reale.
Come leggere costi, break-even e margine
Prima di aprire o spostarsi, il commerciante ambulante dovrebbe verificare se il volume di vendite atteso copre i costi e lascia un utile sufficiente. La formula pratica è semplice: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se i costi crescono più velocemente dei ricavi, il break-even si allontana e il lavoro diventa meno redditizio.
Tra i fattori da controllare ci sono i costi fissi di accesso al posteggio, i costi variabili legati alla merce e alla gestione quotidiana, i giorni effettivi di lavoro e la capacità di upselling. Anche il meteo può cambiare molto il risultato: nelle giornate sfavorevoli il flusso clienti cala e il fatturato può scendere rapidamente, soprattutto nelle attività più stagionali.
- Flusso clienti: quante persone passano davvero davanti al banco.
- Concorrenza: quanti operatori vendono prodotti simili nella stessa area.
- Costi di accesso: canoni, permessi e spese per il posteggio.
- Giorni di lavoro effettivi: quante giornate producono incasso reale.
- Rotazione della merce: velocità con cui il prodotto si trasforma in cassa.
- Upselling: capacità di aumentare lo scontrino medio con vendite aggiuntive.
Le fonti statistiche aiutano a contestualizzare il mercato: i dati ISTAT sul commercio al dettaglio e sul fatturato dei servizi mostrano che l’andamento del settore può cambiare nel tempo, quindi i guadagni dell’ambulante vanno sempre letti dentro il contesto economico reale, non solo sulla base dell’esperienza personale.
💡 Idea chiave: nel commercio ambulante il netto in tasca dipende più da posizione, mix prodotti e giorni effettivi di vendita che dal solo fatturato: se il flusso clienti è debole o i costi salgono, il guadagno netto può ridursi anche quando gli incassi sembrano buoni.
Come aumentare davvero i guadagni nel commercio ambulante
Nel commercio ambulante il guadagno netto non dipende solo da quante vendite fai, ma da come gestisci margine, rotazione e costi. Nella pratica, due attività con lo stesso fatturato possono avere risultati molto diversi in tasca: basta cambiare posteggio, mix prodotti o giorni di vendita. Per questo, prima di ragionare su quanto si guadagna davvero, conviene simulare scenari diversi: un’attività itinerante può avere incassi più variabili, mentre un posteggio fisso può dare più continuità; allo stesso modo, il food tende ad avere dinamiche diverse dal non food. In modo prudenziale, il netto in tasca può cambiare sensibilmente anche a parità di vendite, soprattutto se i costi fissi e i costi variabili non sono monitorati con precisione.
Scegliere i punti vendita più redditizi
La leva più importante è scegliere dove vendere. Un buon punto vendita non è solo quello con più passaggio, ma quello in cui il rapporto tra incassi e costi di presenza è migliore. Nella pratica, conviene confrontare più ipotesi: posteggio fisso vs itinerante, alta stagione vs bassa stagione, food vs non food. Questo confronto aiuta a capire dove si colloca il vero break-even, cioè il livello minimo di vendite necessario per coprire i costi.
Per leggere i risultati in modo semplice, puoi ragionare così: se una giornata di vendita genera più incasso ma richiede anche più spese, il guadagno reale può essere inferiore a quello di una giornata meno “forte” ma più efficiente. Per questo è utile monitorare gli incassi per fascia oraria e per zona, così da capire quali momenti rendono di più e quali invece assorbono tempo senza portare abbastanza margine.
Ottimizzare listino, esposizione e prodotti
Un altro modo concreto per aumentare i guadagni è lavorare sul listino. Non tutti i prodotti contribuiscono allo stesso modo all’utile netto: conviene spingere quelli ad alta marginalità e ridurre gli articoli che assorbono tempo, spazio o sprechi. Anche l’esposizione conta: una bancarella ordinata, leggibile e ben organizzata facilita la vendita e può migliorare la rotazione.
In pratica, il principio è semplice: più velocemente ruota il prodotto, più facilmente il capitale torna disponibile per nuove vendite. Se invece il magazzino si riempie di merce lenta o invenduta, il margine si erode. Per questo è utile controllare gli sprechi, evitare acquisti eccessivi e aggiornare il listino in base alla domanda reale, non copiando i prezzi degli altri ambulanti senza verificare i propri costi.
Una formula utile da tenere a mente è: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se il margine scende, il fatturato da solo non basta a garantire un buon reddito.
Controllare costi e simulare scenari prima di investire
Per capire quanto si guadagna davvero, bisogna tenere sotto controllo tutte le voci che pesano sul risultato finale: tasse, contributi, spese di trasporto, acquisti di merce, eventuali costi di allestimento e giornate poco produttive. Anche piccoli scostamenti possono cambiare molto il risultato annuale. Nella pratica, il rischio più comune è sottostimare i costi e sovrastimare gli incassi medi.
Qui può essere molto utile un software dedicato di business plan, perché permette di simulare ricavi, costi e utile in scenari diversi prima di investire o cambiare modello operativo. Ad esempio, con il Software business plan Commercio Ambulante 2026 AI si possono confrontare ipotesi come posteggio fisso o itinerante, food o non food, alta stagione o bassa stagione, così da capire quale combinazione regge meglio sul piano economico.
Questo tipo di simulazione è particolarmente utile quando si vuole stimare il punto di pareggio e verificare se il volume di vendite previsto copre davvero i costi. In altre parole, aiuta a capire se il progetto genera solo fatturato o anche utile netto in modo stabile.
Monitorare le giornate che rendono di più
Un’abitudine semplice ma decisiva è registrare gli incassi per giorno, fascia oraria e location. Così si individuano le giornate più redditizie e quelle da ridimensionare. Se una certa piazza o un certo orario produce vendite basse e costi alti, conviene rivedere la presenza o cambiare assortimento. Se invece una fascia oraria genera più rotazione, è lì che va concentrata l’offerta migliore.
In sintesi, il commercio ambulante premia chi lavora su tre leve insieme: più ricavi, più margine e meno sprechi. Senza questo controllo, il fatturato può sembrare buono ma il guadagno reale restare debole.
💡 Idea chiave: nel commercio ambulante il guadagno migliora soprattutto quando si alza il margine e si abbassano gli sprechi: anche a parità di fatturato, il netto in tasca può cambiare molto se il break-even è sotto controllo e i costi restano coerenti con le vendite.
Gli errori che tagliano il guadagno nel commercio ambulante
Nel commercio ambulante il quanto si guadagna davvero non dipende solo da quante vendite fai, ma da quanto riesci a trattenere dopo costi fissi, costi variabili, tasse e contributi. Nella pratica, due attività con lo stesso fatturato possono avere un guadagno netto molto diverso se una parte senza piano economico e l’altra calcola bene il break-even. Il punto è semplice: se non controlli i numeri, il margine si assottiglia in fretta e il lavoro resta intenso ma poco redditizio.
Partire senza un piano economico
Uno degli errori più costosi è avviare l’attività senza stimare in anticipo ricavi, uscite e soglia minima di vendita. In questo settore, il fatturato va letto insieme alla struttura dei costi: permessi, spostamenti, approvvigionamento, eventuale personale e oneri fiscali. Senza una simulazione, è facile confondere incasso e utile netto, ma il margine reale si vede solo dopo aver sottratto tutte le voci che pesano sul mese.
Un esempio pratico aiuta a capire: se hai 8.000 euro di costi fissi mensili e un margine di contribuzione del 50%, devi generare almeno 16.000 euro di vendite per andare in pareggio. Questo è il tuo break-even: sotto quella soglia lavori, ma non stai ancora creando utile.
Sbagliare location, prezzi e stagionalità
La posizione incide direttamente su quanto si guadagna. Una location poco redditizia riduce il flusso di clienti e costringe spesso a compensare con prezzi più bassi, ma il risultato può essere opposto: più volume non sempre significa più redditività. Anche copiare i prezzi della concorrenza senza calcolare i propri costi è rischioso, perché il listino deve coprire non solo la merce, ma anche tempi morti, spostamenti e oneri amministrativi.
Conta molto anche la stagionalità: se non la consideri, puoi sovrastimare il guadagno netto dei mesi forti e trovarti scoperto nei periodi deboli. Nella pratica, il titolare dovrebbe ragionare su scenari diversi, non su un solo mese “buono”.
Gestire bene tasse, contributi e adempimenti
Gli errori fiscali sono tra quelli che erodono di più il guadagno in tasca. Nel commercio ambulante il carico fiscale va sempre stimato sul caso specifico, perché cambia in base alla forma giuridica, al codice attività e al regime scelto. In modo molto semplice, si può essere nel regime forfettario oppure in quello ordinario: nel primo la gestione è più snella, nel secondo entrano in gioco regole più articolate su imposte e adempimenti.
Da non trascurare anche tasse e contributi, oltre all’eventuale IVA e agli obblighi amministrativi principali. Rimandare la gestione fiscale significa spesso scoprire tardi il vero costo dell’attività, quando il margine è già stato assorbito. Per questo conviene monitorare i numeri mese per mese: ricavi, costi, imposte e contributi devono stare nello stesso foglio mentale, non in compartimenti separati.
In pratica, chi tiene sotto controllo i costi nascosti e pianifica il carico fiscale trattiene più utile anche a parità di vendite. È qui che si vede la differenza tra un’attività che “gira” e un’attività che produce davvero reddito per il titolare.
💡 Idea chiave: nel commercio ambulante il guadagno netto dipende più dal controllo di costi, tasse e break-even che dal solo fatturato: anche con le stesse vendite, chi pianifica bene può trattenere molto più utile in tasca.
Domande frequenti su Commercio Ambulante
Quanto guadagna al mese un commerciante ambulante?
Un commerciante ambulante può portare a casa, in media, da circa 1.200 a 3.500 euro netti al mese, con punte più alte nelle piazze migliori, nei mercati turistici o con prodotti ad alta rotazione. Chi lavora bene su eventi, fiere e stagionalità può superare questi valori, mentre nelle postazioni meno redditizie il guadagno può restare più vicino alla soglia minima. La differenza la fanno soprattutto posizione, tipo di merce, giorni di vendita effettivi e capacità di contenere i costi fissi.
Quanto resta davvero in tasca dopo tasse e contributi?
In molti casi, tra contributi previdenziali, imposte e spese operative, al titolare resta indicativamente tra il 20% e il 35% del fatturato, ma nei casi più efficienti si può salire oltre. Per capire l’utile reale conviene partire dal margine lordo e sottrarre prima i costi di acquisto della merce, poi carburante, occupazione suolo, assicurazioni e infine tasse e contributi. Un’attività che fattura bene ma ha margini bassi può lasciare in tasca meno di quanto sembri, quindi il controllo dei costi è decisivo.
Quanto fattura in media un commerciante ambulante all’anno?
Un’attività ambulante può generare un fatturato annuo indicativamente tra 30.000 e 120.000 euro, con differenze molto forti tra chi vende in mercati locali e chi lavora in aree ad alto passaggio o in contesti stagionali. Nel non alimentare i ricavi possono essere più irregolari ma con scontrino medio più alto, mentre nell’alimentare la frequenza d’acquisto tende a essere maggiore. Per stimare il fatturato in modo realistico, moltiplica incasso medio giornaliero per i giorni di apertura effettivi e poi verifica la tenuta nei mesi più deboli.
Quali sono i costi principali che riducono i guadagni?
I costi che pesano di più sono l’acquisto della merce, il mezzo di vendita o il furgone attrezzato, il carburante, l’occupazione del suolo, le utenze se presenti, l’assicurazione e la manutenzione. A questi si aggiungono contributi, imposte, eventuale personale e costi di magazzino o smaltimento per i prodotti invenduti. In pratica, un ambulante redditizio è quello che riesce a tenere sotto controllo soprattutto il costo della merce e gli spostamenti inutili.
Conviene di più il commercio ambulante alimentare o non alimentare?
L’alimentare tende ad avere una rotazione più veloce e incassi più costanti, ma richiede più attenzione a norme igieniche, conservazione e gestione delle scorte. Il non alimentare può offrire margini più alti su alcuni articoli, però soffre di più la stagionalità e la concorrenza sul prezzo. In generale, l’alimentare è spesso più stabile, mentre il non alimentare può essere più redditizio se si scelgono prodotti con forte domanda e buon margine.
Come si possono simulare ricavi, costi e utile prima di investire?
Il modo più utile è costruire tre scenari: prudente, realistico e ottimistico, inserendo incassi giornalieri, giorni di lavoro, costo merce, spese fisse e carico fiscale. Un software dedicato aiuta proprio a fare queste simulazioni in modo ordinato, confrontando ricavi, costi e utile atteso prima di impegnare capitale. È uno strumento molto utile per capire se la postazione scelta, il tipo di prodotto e il livello di investimento sono davvero sostenibili.
Fonti analizzate
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Dott. Stefano Ventura
Esperto in budget, business plan e consulenza aziendale. Dottore Commercialista dal 1997, ora si dedica a tempo pieno alla sua creatura Softwarebusinessplan.it e allo sci!
