Articolo scritto il 04/05/2026

Aprire una pizzeria da asporto nel 2026 in Italia costa in media tra 40.000 e 70.000 euro, ma il valore reale può cambiare molto in base a zona, metratura, stato del locale, tipologia di forno, forma giuridica e livello di servizio. Conoscere subito il budget iniziale è essenziale per evitare sottostime, problemi di liquidità e errori di pianificazione.

In questa guida vedrai le principali voci di spesa: attrezzature, allestimento, affitto e cauzione, costi fissi e costi variabili, oltre a adempimenti burocratici e fiscali. Per semplificare la pianificazione e tenere sotto controllo il budget puoi usare anche Software business plan Pizzeria da asporto AI. Nei capitoli successivi analizzeremo come stimare il break-even, contenere le spese ed evitare gli errori più comuni, così da capire se l’attività è davvero sostenibile.

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Investimento iniziale per aprire una pizzeria da asporto: scenari di spesa e voci da non sottovalutare

Quando si valuta quanto costa aprire una pizzeria da asporto, il punto di partenza non è solo il prezzo delle attrezzature, ma l’intero investimento iniziale necessario per rendere il locale operativo. In questa attività il capitale richiesto può cambiare molto in base allo stato dell’immobile, alla città, alla periferia o alla provincia, e soprattutto alla scelta tra acquisto nuovo, usato o leasing. Per questo è utile distinguere fin da subito tra budget minimo, scenario intermedio e locale più strutturato, così da evitare di sottostimare i costi di avvio e i successivi costi fissi e costi variabili.

Le tre fasce di budget da considerare

Le fonti indicano che per una pizzeria da asporto l’investimento iniziale può collocarsi in range molto diversi: 20.000-30.000 euro per un assetto più essenziale, 40.000-70.000 euro per una configurazione intermedia e fino a 100.000 euro per un locale più strutturato. Questi valori sono indicativi e servono soprattutto a capire come cambia il fabbisogno complessivo in funzione del progetto.

In pratica, il budget minimo è più adatto a chi parte con un locale già pronto o con interventi limitati; lo scenario intermedio copre un allestimento più completo; il locale più strutturato richiede invece un capitale più alto, spesso perché include lavori e dotazioni più importanti. In ogni caso, il vero discrimine è se il locale è già a norma oppure se servono interventi su canna fumaria, elettricità, gas e ventilazione.

Le principali voci di spesa da mettere a budget

Per stimare correttamente il fabbisogno iniziale conviene scomporre il progetto in voci chiare. Tra le spese più rilevanti rientrano:

  • deposito cauzionale e primo affitto;
  • eventuali lavori di adeguamento del locale;
  • impianti e verifiche tecniche;
  • forno, impastatrice e frigoriferi;
  • banco lavoro e piccoli utensili;
  • arredi essenziali;
  • insegna;
  • packaging;
  • scorte iniziali di materie prime.

Queste componenti incidono in modo diverso sul budget complessivo. Le attrezzature e gli impianti pesano soprattutto nella fase di apertura, mentre packaging e materie prime entrano subito anche nella gestione ordinaria come costi variabili. Se il locale richiede adeguamenti tecnici, il peso dei lavori può diventare decisivo e far salire rapidamente il fabbisogno iniziale.

Tabella riepilogativa dei costi di apertura

Voce di spesa Range indicativo
Deposito e affitto iniziale Variabile in base a città e zona
Lavori di adeguamento Più bassi se il locale è già a norma, più alti se servono interventi su impianti e ventilazione
Forno, impastatrice, frigoriferi Voce centrale dell’investimento
Banco lavoro, utensili e arredi essenziali Da contenere con scelte mirate
Insegna, packaging e scorte iniziali Da prevedere fin dall’apertura
Fabbisogno complessivo 20.000-30.000 euro, 40.000-70.000 euro oppure fino a 100.000 euro

Perché il locale già a norma cambia tutto

Il costo di apertura può aumentare sensibilmente se il locale non è pronto all’uso. In questi casi, gli interventi su canna fumaria, elettricità, gas e ventilazione incidono sia sui tempi sia sui costi burocratici e tecnici. Al contrario, un locale già a norma riduce il rischio di extra spese e rende più semplice controllare il break-even, cioè il punto in cui ricavi e costi si equilibrano.

Un esempio pratico aiuta a capire la differenza: se si parte con un budget intermedio, ma emergono lavori aggiuntivi sugli impianti, il fabbisogno può avvicinarsi rapidamente alla fascia superiore. Per questo è prudente non fermarsi al prezzo del forno o dell’arredo, ma considerare anche gli adempimenti, la SCIA e gli altri costi burocratici, che fanno parte a pieno titolo dei costi di avvio.

In sintesi, una pizzeria da asporto richiede un investimento iniziale più contenuto rispetto ad altre attività di ristorazione, ma solo se il progetto è impostato con realismo. Un business plan aiuta a confrontare gli scenari, a stimare correttamente i costi e a non sovrastimare i ricavi nelle prime fasi di attività.


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Costi fissi e variabili della pizzeria da asporto: come leggere il conto economico a regime

Quando si valuta quanto costa aprire una pizzeria da asporto, non basta fermarsi all’investimento iniziale: per capire se l’attività può reggere nel tempo bisogna stimare anche i costi che pesano ogni mese sul conto economico. In questa fase contano soprattutto costi fissi, costi variabili e costi semi-variabili, perché sono loro a determinare il fabbisogno di fatturato necessario per coprire le uscite e arrivare al break-even.

I costi fissi mensili da mettere subito a budget

I costi fissi sono quelli che tendono a presentarsi con regolarità, anche se gli ordini calano. Per una pizzeria da asporto rientrano in questa categoria l’affitto del locale, una parte delle utenze, la manutenzione ordinaria, l’assicurazione e il compenso del commercialista. A questi si aggiungono spesso i costi burocratici e gli adempimenti legati all’avvio, inclusa la SCIA, che incidono soprattutto nella fase di apertura ma vanno comunque considerati nel piano complessivo.

Nel pratico, il budget mensile deve tenere conto del fatto che queste spese non spariscono se il volume di ordini è basso. Per questo è utile separarle subito dalle voci che cambiano con le vendite: solo così si capisce quanto fatturato serve davvero per sostenere l’attività.

Le spese che cambiano con gli ordini

Le voci più sensibili al volume di lavoro sono i costi variabili: materie prime, packaging, delivery e commissioni sui pagamenti elettronici. Più pizze vendi, più aumentano ingredienti, cartoni, sacchetti e costi legati alla consegna. Anche le commissioni sui pagamenti elettronici crescono con il fatturato, quindi non vanno sottovalutate quando si definiscono i prezzi.

Un esempio semplice aiuta a leggere meglio la struttura dei costi: se in un mese aumentano gli ordini, crescono anche gli acquisti di farina, mozzarella, condimenti e imballaggi; se invece gli ordini scendono, queste uscite si riducono, ma restano comunque da coprire affitto, utenze e altre spese fisse. È proprio questa differenza che rende fondamentale distinguere tra costi fissi, semi-variabili e variabili.

Personale, orari e delivery: dove cambia davvero il peso dei costi

Il costo del personale è una delle variabili più delicate. Se la pizzeria ha personale dedicato al banco e alle consegne, il peso mensile cresce in modo significativo; se invece il titolare copre più funzioni, il fabbisogno di cassa può essere più contenuto, ma aumenta il carico operativo. Anche gli orari di apertura incidono: più fasce orarie e più giorni di servizio significano più utenze, più consumo di materie prime e spesso più necessità di organizzazione interna.

Per questo, nella stima dei costi di avvio e di gestione, conviene ragionare per scenari: locale con solo asporto, locale con asporto e delivery, locale con personale dedicato o con struttura più snella. La localizzazione e il volume di ordini atteso cambiano molto il quadro, soprattutto quando l’affitto e il costo del lavoro pesano in modo rilevante.

Break-even e margini: perché conviene calcolarli prima di aprire

Il break-even è il punto in cui il fatturato copre tutti i costi, senza generare né perdita né utile. Per una pizzeria da asporto in Italia, il dato di riferimento disponibile indica un punto di pareggio intorno a 260.000 euro di ricavi annui. Tradotto in modo pratico, significa che prima di aprire è utile chiedersi quali spese devono essere coperte dal fatturato e con quale ritmo di vendite.

Una formula semplice da tenere a mente è questa: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se i margini sono troppo bassi, il problema non è solo vendere di più, ma capire dove intervenire: affitto, personale, packaging, delivery o prezzi. In molti casi, il primo passo è proprio rivedere il mix tra costi fissi e costi variabili per evitare che il volume di ordini non basti a sostenere l’attività.

In sintesi, stimare bene i costi mensili non serve solo a fare un preventivo realistico: aiuta a impostare prezzi coerenti, a controllare i margini e a capire se il progetto è sostenibile prima ancora di sostenere i costi di avvio.

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Costi burocratici e adempimenti per aprire una pizzeria da asporto

Quando si stima il budget per una pizzeria da asporto, non bisogna considerare solo attrezzature e locale: una parte importante dell’investimento iniziale riguarda infatti i costi burocratici, fiscali e previdenziali. Questi oneri incidono sia sui costi di avvio sia sulla gestione mensile, perché includono pratiche obbligatorie, consulenze, contributi e adempimenti da rispettare prima di iniziare l’attività. Trascurarli significa rischiare ritardi, sanzioni e un calcolo errato del punto di pareggio.

Le pratiche obbligatorie da mettere in conto

Per aprire una pizzeria da asporto servono alcuni passaggi amministrativi essenziali. Il primo è l’apertura della Partita IVA, seguita dall’iscrizione al Registro Imprese. A questo si aggiunge la presentazione della SCIA al SUAP comunale, che è uno degli adempimenti centrali per avviare l’attività in regola. In molti casi possono essere necessarie anche pratiche ASL e la verifica dei requisiti igienico-sanitari del locale, soprattutto se l’immobile richiede adeguamenti o se la destinazione d’uso non è già compatibile.

Dal punto di vista economico, questi passaggi generano costi burocratici che dipendono dal territorio, dalla complessità della pratica e dall’eventuale supporto di un professionista. È prudente considerare anche i costi di consulenza per la predisposizione della documentazione, oltre ai diritti di segreteria richiesti dagli enti competenti.

Contributi, assicurazioni e costi ricorrenti

Tra i costi da non sottovalutare ci sono i contributi previdenziali. Il titolare deve iscriversi all’INPS, in Gestione Artigiani o Commercianti, con obbligo di versamento dei contributi pensionistici. Se l’attività impiega lavoratori, entrano in gioco anche gli obblighi INAIL e la gestione degli oneri dei dipendenti. Questo significa che il costo fisso mensile non si limita a affitto e utenze, ma comprende anche una componente previdenziale e assicurativa strutturale.

In pratica, il margine reale dell’attività va letto al netto di questi oneri. Una formula utile è: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se i contributi e le spese amministrative vengono sottostimati, il break-even si sposta più avanti e il rientro dell’investimento richiede più tempo.

Forma giuridica e impatto sui costi di avvio

La scelta tra ditta individuale, società di persone e società di capitali cambia in modo concreto il livello di spesa e la complessità gestionale. La ditta individuale tende ad avere una struttura più semplice e costi di avvio più contenuti, ma resta esposta agli obblighi previdenziali del titolare. Le società di persone introducono una gestione più articolata, mentre le società di capitali richiedono in genere maggiore formalità e una struttura amministrativa più complessa.

Per questo, la forma giuridica va valutata non solo in base alla fiscalità, ma anche in funzione dei costi fissi di gestione e della capacità di sostenere gli adempimenti nel tempo. In una pizzeria da asporto, dove i margini possono essere sensibili al volume di vendite, una struttura troppo pesante può comprimere la redditività.

Come stimare il budget senza sottovalutare i costi

Un modo pratico per impostare il budget è separare le spese in tre blocchi: costi di avvio, costi ricorrenti e costi variabili. Nei primi rientrano Partita IVA, iscrizioni, SCIA, eventuali pratiche ASL, consulenze e certificazioni. Nei secondi ci sono contributi INPS, assicurazioni, commercialista e adempimenti periodici. Nei terzi possono rientrare spese legate all’operatività e all’eventuale personale.

Un esempio prudente: se il progetto prevede un investimento complessivo di 20.000 euro, una parte andrà riservata proprio a pratiche, consulenze e conformità normativa, perché questi costi non producono ricavi diretti ma sono indispensabili per aprire e operare. In presenza di agevolazioni, è utile verificare se esistono strumenti che coprono una quota dell’investimento: nel contesto disponibile è citato un contributo a fondo perduto pari al 50% dell’investimento e il restante 50% come finanziamento a tasso zero.

In sintesi, per una pizzeria da asporto la conformità non è un dettaglio: è una voce di costo che incide sul budget, sulla velocità di apertura e sulla sostenibilità economica. Verificare sempre i requisiti presso Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL, Camera di Commercio e SUAP comunale aiuta a evitare errori costosi e a partire con una struttura davvero sostenibile.

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Come ridurre i costi di apertura senza compromettere margini e conformità

Quando si valuta quanto costa aprire una pizzeria da asporto, il punto non è solo arrivare al budget iniziale, ma capire come trasformare l’investimento in un’attività sostenibile. In questa fase contano sia i costi di avvio sia la capacità di tenere sotto controllo i costi fissi e i costi variabili, senza sacrificare qualità, servizio e adempimenti. Un approccio prudente aiuta anche a stimare meglio il break-even, cioè il momento in cui i ricavi iniziano a coprire tutti i costi.

Partire piccolo e scegliere bene la posizione

Una delle leve più efficaci per contenere l’investimento iniziale è partire con un locale piccolo ma ben posizionato. Il contesto di mercato conta molto: un locale più contenuto può ridurre canone, deposito e spese di allestimento, purché sia coerente con il flusso di clientela e con il modello di vendita da asporto. In pratica, meglio un formato essenziale ma funzionale che un locale più grande con costi fissi difficili da sostenere nei primi mesi.

La scelta della location incide anche sul fabbisogno complessivo: secondo i dati disponibili, il fabbisogno finanziario totale per avviare una pizzeria da asporto può variare tra 53.000 e 120.000 euro. Questo intervallo mostra quanto siano importanti dimensione del locale, dotazioni e livello di finitura. Per questo conviene negoziare con attenzione canone e deposito, evitando di immobilizzare troppo capitale all’inizio.

Attrezzature, menu e acquisti: dove si risparmia davvero

Un altro modo concreto per ridurre i costi è valutare l’acquisto di alcune attrezzature usate garantite, invece di puntare subito su tutto nuovo. La logica è semplice: si abbassa il fabbisogno iniziale senza compromettere la funzionalità, purché le attrezzature siano affidabili e adatte al volume previsto. Anche qui il controllo del budget è decisivo, perché ogni scelta di acquisto incide sui tempi di rientro.

Dal lato operativo, un menu snello con ingredienti ad alta rotazione aiuta a limitare gli sprechi e a pianificare gli acquisti in base alle vendite. Questo riduce i costi variabili e rende più semplice il calcolo del margine. Una formula utile è: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se il menu è troppo ampio, aumentano scorte, deperimenti e complessità gestionale; se invece è essenziale e ben venduto, il controllo economico migliora.

In questa fase è importante non sottovalutare i costi burocratici e gli adempimenti, inclusa la SCIA, perché fanno parte dei costi di apertura e vanno inseriti nel piano finanziario fin dall’inizio.

Finanziamenti agevolati e business plan: il ruolo nella pianificazione

Per alleggerire il fabbisogno iniziale, possono essere utili i finanziamenti agevolati e i bandi locali. Dai dati disponibili emerge che per una nuova pizzeria i finanziamenti possono arrivare dal 20% al 50% a fondo perduto, mentre un’altra misura indica un contributo a fondo perduto pari al 50% dell’investimento e il restante 50% come finanziamento a tasso zero. In generale, bar, ristoranti, pizzerie e pasticcerie possono accedere a contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati e deduzioni fiscali, ma le condizioni dipendono dal bando e dalla tipologia dei soci.

Qui il business plan non è un documento formale, ma uno strumento operativo: serve a stimare il fabbisogno finanziario, i margini e i tempi di rientro. Un piano ben costruito aiuta a capire se l’attività può sostenere i costi fissi e quando può raggiungere il break-even. In questo senso, un software dedicato come Software business plan Pizzeria da asporto AI può semplificare la pianificazione dei costi, il controllo del budget e la simulazione di scenari economici, soprattutto quando si confrontano ipotesi diverse di vendite, canone e spese operative.

Monitorare gli scostamenti mese per mese

La vera differenza tra un’apertura sostenibile e una fragile sta nel controllo continuo. Anche con un buon piano iniziale, è fondamentale confrontare ogni mese preventivo e consuntivo, verificando scostamenti su acquisti, personale, utenze e incassi. Questo permette di correggere rapidamente il pricing, ridurre sprechi e ricalibrare gli ordini.

In sintesi, per contenere i costi di apertura di una pizzeria da asporto senza compromettere qualità e conformità servono scelte misurabili: locale dimensionato correttamente, attrezzature selezionate con criterio, menu efficiente, acquisti pianificati e accesso a strumenti di supporto finanziario. Solo così il budget resta sotto controllo e il progetto ha più probabilità di rientrare nei tempi previsti.

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Errori da evitare per non far lievitare i costi di una pizzeria da asporto

Quando si valuta quanto costa aprire una pizzeria da asporto, il punto non è solo stimare l’investimento iniziale, ma capire quali errori possono far salire i costi già prima dell’apertura e nei primi mesi di attività. Una pianificazione incompleta può trasformare un budget apparentemente sostenibile in una partenza più onerosa del previsto, soprattutto se si sottovalutano lavori, adempimenti, scorte e capitale circolante. In questa fase, prevenire è molto più efficace che correggere dopo: ogni errore incide su costi fissi, costi variabili e tempi di rientro dell’investimento.

Sottovalutare i costi di avvio

Uno degli errori più frequenti è considerare solo attrezzature e arredi, dimenticando le spese che accompagnano l’apertura. Tra queste rientrano i lavori di adeguamento del locale, il deposito cauzionale, le prime scorte di ingredienti e il capitale necessario per coprire i primi mesi di gestione. Per una pizzeria da asporto, il range di spesa può variare molto: il contesto indica un investimento iniziale che può collocarsi tra 20.000 e 30.000 euro, tra 40.000 e 70.000 euro oppure arrivare a 100.000 euro, a seconda della tipologia e della struttura scelta.

La soluzione pratica è chiedere preventivi multipli e costruire un budget che includa anche una riserva per imprevisti. In questo modo si riduce il rischio di restare senza liquidità proprio nella fase in cui i ricavi sono ancora instabili.

Ignorare requisiti del locale e tempi della SCIA

Avviare l’attività senza verificare prima i requisiti del locale è un errore che può generare ritardi, spese extra e modifiche non previste. La guida richiamata nel contesto evidenzia l’importanza di controllare requisiti del locale, licenze e attrezzature professionali prima di partire. Anche gli adempimenti burocratici vanno gestiti con attenzione: la SCIA e gli altri passaggi amministrativi possono richiedere tempi tecnici che incidono sul calendario di apertura.

Per evitare costi inutili, è utile fare una verifica tecnica del locale prima di firmare impegni economici importanti. Se emergono criticità strutturali o impiantistiche, il rischio è dover sostenere lavori aggiuntivi che non erano stati inseriti nel piano iniziale.

Aprire con un menu troppo ampio o con personale eccessivo

Un menu troppo ampio può sembrare una leva commerciale, ma spesso aumenta sprechi, complessità operativa e immobilizzo di magazzino. Più ingredienti significa più scorte, più rischio di deperimento e più costi variabili difficili da controllare. Lo stesso vale per il personale: una struttura sovradimensionata pesa sui costi fissi e rende più difficile raggiungere il break-even.

Una soluzione prudente è partire con un’offerta essenziale, monitorare le vendite e ampliare il menu solo dopo aver verificato la domanda reale. Anche il dimensionamento del personale va collegato ai volumi attesi, non alle ipotesi ottimali.

Prezzi incoerenti e location troppo costosa

Un altro errore critico è fissare prezzi non coerenti con i costi effettivi. Se il listino non copre ingredienti, personale, affitto e contributi, il margine si assottiglia rapidamente. Per controllare la redditività, è utile ragionare con una formula semplice: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se il margine scende troppo, anche un buon volume di vendite può non bastare.

Attenzione anche alla location: scegliere un locale con affitto troppo alto rispetto al bacino d’utenza può compromettere la sostenibilità economica. La soluzione è fare simulazioni di fatturato realistiche prima di impegnarsi su canoni elevati, confrontando il potenziale di vendita con i costi fissi mensili.

Trascurare controlli periodici nei primi mesi

Nei primi mesi è fondamentale controllare con regolarità margini, sprechi e andamento delle vendite. Il contesto ricorda anche l’obbligo di iscrizione del titolare all’INPS, con gestione Artigiani o Commercianti, un elemento che incide sulla struttura dei costi complessivi. Trascurare questi oneri significa sottostimare il fabbisogno reale di cassa.

Per evitare sorprese, conviene impostare un controllo periodico dei margini e una revisione del listino se i costi aumentano o se alcune referenze vendono meno del previsto. In sintesi, la redditività di una pizzeria da asporto dipende non solo da quanto si spende per aprire, ma da quanto bene si prevengono gli errori che fanno crescere i costi e rallentano il rientro dell’investimento.

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Domande frequenti su Pizzeria da asporto

Quanto budget minimo mi serve per aprire una pizzeria da asporto?

Per una pizzeria da asporto, il budget iniziale può partire da un investimento contenuto rispetto a una pizzeria con sala, ma dipende molto da zona, dimensione del locale e livello di allestimento. Solo per attrezzature e arredi, il range indicato è in genere tra 15.000 e 25.000 euro, a cui vanno aggiunte le spese burocratiche e di avvio.

Quali sono i costi principali da mettere a budget?

I costi principali riguardano l’acquisto delle attrezzature, l’allestimento del locale e le spese burocratiche iniziali. Nella gestione ordinaria incidono poi i costi fissi e variabili legati a affitto, utenze, materie prime e organizzazione del servizio. Anche in questo caso, il peso reale cambia in base alla forma giuridica e alla struttura dell’attività.

Quanto può guadagnare una pizzeria da asporto?

Il guadagno dipende soprattutto da qualità del prodotto, logistica, volumi di vendita e controllo dei costi. Il modello da asporto ha costi di gestione più ridotti rispetto a una pizzeria con sala, ma resta un’attività con forte concorrenza. Per questo è importante valutare bene margini e flussi di cassa prima di aprire.

In quanto tempo posso rientrare dell’investimento iniziale?

Il tempo di rientro non è uguale per tutti e varia in base a fatturato, margini e costi fissi. Se l’attività parte con un investimento iniziale ben calibrato e una buona gestione dei volumi, il break-even può arrivare prima; se invece i costi di avvio sono più alti, il rientro richiede più tempo. La zona, la dimensione del locale e la forma giuridica incidono in modo decisivo.

Quali adempimenti burocratici devo considerare prima di aprire?

Prima di aprire bisogna considerare i requisiti del locale, le licenze necessarie e le spese burocratiche collegate all’avvio. La guida di settore richiama proprio l’importanza di verificare questi aspetti insieme alle attrezzature professionali e alla conformità del punto vendita. È un passaggio da non sottovalutare perché può incidere sia sui tempi sia sul budget iniziale.

Conviene aprire una pizzeria da asporto e come posso pianificare meglio costi e break-even?

Può convenire se punti su un investimento iniziale più contenuto e su costi di gestione ridotti, ma la redditività non è automatica. Per pianificare meglio costi, margini e break-even, può essere utile usare un software dedicato alla simulazione economica dell’attività, così da stimare scenari diversi prima di investire. In ogni caso, i risultati dipendono da zona, dimensione del locale, tipologia di servizio e forma giuridica.

 

 

 

Autore dott. Stefano Ventura

Dott. Stefano Ventura

Esperto in budget, business plan e consulenza aziendale. Dottore Commercialista dal 1997, ora si dedica a tempo pieno alla sua creatura Softwarebusinessplan.it e allo sci!

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