Articolo scritto il 24/04/2026

Aprire un negozio di abbigliamento nel 2026 in Italia costa in media tra 20.000 e 100.000 euro di investimento iniziale, con valori che possono variare molto in base a zona, dimensione del locale, assortimento e forma giuridica. Conoscere questi numeri prima di partire è decisivo per evitare sottostime di cassa e impostare un progetto sostenibile fin dall’inizio.

In questa guida vedrai le principali voci di spesa: affitto, arredi, scorte iniziali, allestimento, costi fissi e costi variabili, oltre agli adempimenti burocratici e fiscali da mettere in conto. Troverai anche strategie pratiche per contenere il budget, capire il break-even e ridurre gli errori più comuni; per semplificare la pianificazione puoi usare anche Software business plan Negozio di abbigliamento AI, utile per confrontare scenari e preparare un business plan realistico.

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Quanto investire per aprire un negozio di abbigliamento

Quando si valuta quanto costa aprire un negozio di abbigliamento, il primo errore da evitare è confondere il semplice allestimento del punto vendita con il fabbisogno totale per partire davvero. L’investimento iniziale comprende infatti sia le spese per rendere operativo il locale sia la liquidità necessaria per sostenere i primi mesi di attività, quando incassi e rotazione della merce non sono ancora a regime. In base ai dati disponibili, l’apertura di un negozio di abbigliamento può richiedere un budget che va da circa 20.000 a 100.000 euro, con una soglia di partenza intorno ai 25.000 euro per una piccola attività indipendente e un CAPEX indicativo di 30.000 euro per allestimento, insegne e sistemi informatici, a cui può aggiungersi un capitale circolante di 15.000 euro per merce e gestione iniziale.

Le principali voci di spesa da mettere a budget

Per stimare correttamente i costi di avvio, conviene scomporre il progetto in voci concrete. Le spese più ricorrenti sono: caparra e primo affitto, eventuali lavori di ristrutturazione, impianti, arredi, insegna, sistemi cassa e antifurto, prima fornitura di merce, branding e marketing di lancio. Queste componenti incidono in modo diverso a seconda dello stato del locale e del posizionamento del brand, quindi non esiste un importo unico valido per tutti i casi.

Voce di spesa Importo indicativo
Caparra e primo affitto Variabile in base a città, provincia e contratto
Lavori di ristrutturazione e impianti Variabile in base allo stato del locale
Arredi, insegna, cassa e antifurto Inclusi nel CAPEX indicativo
Prima fornitura di merce Inclusa nel capitale circolante iniziale
Branding e marketing di lancio Da prevedere nel budget iniziale

Piccolo negozio, format medio o attività più strutturata

Il livello di investimento cambia molto in funzione della dimensione del punto vendita. Un piccolo negozio indipendente può partire da circa 25.000 euro, soprattutto se il locale è già in buone condizioni e l’allestimento è essenziale. Un format medio richiede in genere un budget più ampio, perché aumentano metratura, arredi, stock iniziale e costi di immagine. Un’attività più strutturata, invece, può avvicinarsi alla fascia alta del range, fino a 100.000 euro, soprattutto se il brand richiede un allestimento più curato, una maggiore disponibilità di merce e un lancio commerciale più incisivo.

In pratica, la differenza non la fa solo la superficie, ma anche la localizzazione: città e provincia possono incidere su affitto, caparra e visibilità commerciale. Anche il posizionamento del marchio conta molto, perché un negozio orientato a un target più premium tende ad avere costi di allestimento e stock più elevati.

Capitale circolante e liquidità per i primi mesi

Un punto fondamentale è distinguere tra investimento per aprire e liquidità per restare operativi. Il capitale circolante serve a coprire acquisto merce, spese correnti e primi mesi di attività, quando il negozio potrebbe non aver ancora raggiunto il break-even. Nei dati disponibili, il fabbisogno iniziale di circolante è indicato in 15.000 euro, ma nella pratica va sempre verificato in base alla velocità di vendita, alla stagionalità e ai tempi di incasso.

Una formula utile, in termini semplici, è questa: fabbisogno iniziale = investimento per l’apertura + liquidità per i primi mesi. Se si sottostima questa seconda parte, il rischio è trovarsi con un negozio già allestito ma senza margine per sostenere costi fissi come affitto e utenze, o per reintegrare la merce più venduta.

Come leggere il range complessivo senza sottovalutare i costi

Il range complessivo di 20.000-100.000 euro va letto come una fascia di riferimento, non come un preventivo standard. Le variabili decisive sono metratura, stato del locale, città o provincia, quantità di lavori necessari e livello di posizionamento del brand. Per questo, prima di aprire, è utile costruire un budget prudente che separi chiaramente costi fissi, costi variabili e spese una tantum.

In sintesi, per un negozio di abbigliamento il vero obiettivo non è solo aprire, ma arrivare al break-even con un margine sufficiente a sostenere il riassortimento e la promozione. Sottovalutare i costi burocratici, gli adempimenti e la liquidità iniziale è uno degli errori più comuni: meglio prevedere un margine di sicurezza nel budget fin dall’inizio.


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Costi di gestione di un negozio di abbigliamento: fissi, variabili e punto di pareggio

Dopo l’apertura, il vero tema per un negozio di abbigliamento non è solo l’investimento iniziale, ma la capacità di sostenere nel tempo i costi fissi e i costi variabili senza comprimere troppo il margine. Per stimare correttamente i costi di apertura e di esercizio, bisogna partire da affitto, utenze, assicurazione, consulenze, personale, contributi e tasse, per poi aggiungere le spese legate al riassortimento, alle promozioni e ai pagamenti elettronici. In questa fase, il controllo del budget e del break-even diventa decisivo per capire quanto deve incassare il punto vendita per coprire i costi e iniziare a generare utile.

I costi fissi che pesano di più sul conto economico

Tra i costi fissi di un negozio di abbigliamento, il primo elemento da valutare è l’affitto dei locali, che varia in base a città e posizione. A questo si sommano utenze, assicurazione, eventuali consulenze, personale e gli oneri legati a contributi e tasse. Sono voci che incidono anche quando le vendite rallentano, quindi vanno considerate con attenzione già nella fase di pianificazione dei costi di avvio e dei costi mensili.

In termini pratici, un piccolo negozio avrà in genere un peso fisso più contenuto rispetto a un punto vendita più grande, ma la differenza reale dipende soprattutto da location, traffico pedonale e livello di servizio. Un locale in una zona ad alto passaggio può sostenere canoni più elevati, ma richiede anche volumi di vendita più alti per mantenere l’equilibrio economico.

Le spese variabili e il loro impatto sul margine

Le principali costi variabili di un negozio di abbigliamento sono il riassortimento della merce, i resi, le promozioni, il packaging e le commissioni sui pagamenti elettronici. Queste voci crescono o diminuiscono in funzione del fatturato e della strategia commerciale adottata. Per questo motivo, non basta guardare agli incassi: bisogna osservare anche quanto resta dopo aver coperto il costo della merce e le spese operative.

Il margine lordo di un negozio di abbigliamento si attesta mediamente tra il 45% e il 55% del fatturato, a seconda della politica di prezzo e della struttura dei costi. Questo dato è utile per capire quanto spazio resta per assorbire affitto, personale e altre spese fisse. Se il ricarico è troppo basso o le promozioni sono eccessive, il margine si riduce rapidamente e il punto di pareggio si allontana.

Come costruire un conto economico base

Per costruire un conto economico semplice, conviene partire da questa logica: Ricavi meno costo della merce venduta, meno costi fissi, meno costi variabili. In forma sintetica, il margine netto può essere letto come: (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Questa impostazione aiuta a capire se il negozio sta generando redditività reale oppure solo volume di vendite.

Un esempio prudente: se un piccolo negozio ha costi fissi mensili contenuti e una struttura snella, può reggere con un fatturato inferiore rispetto a un punto vendita più grande, che invece deve sostenere affitti e personale più elevati. In ogni caso, il dato chiave è il rapporto tra incassi e costi complessivi: se i costi crescono più velocemente dei ricavi, il break-even si sposta in avanti e la gestione diventa più fragile.

Indicatori da monitorare per evitare immobilizzi di magazzino

Per proteggere la marginalità, è fondamentale monitorare rotazione stock, scontrino medio e marginalità. Una rotazione lenta immobilizza capitale in magazzino e aumenta il rischio di sconti forzati, con un impatto diretto sui risultati. Anche lo scontrino medio è un indicatore utile: se cresce, aiuta a distribuire meglio i costi fissi su più ricavi.

Infine, non vanno sottovalutati gli adempimenti e i costi burocratici, inclusa la SCIA, che rientrano tra le spese da considerare nella fase di avvio e nella gestione ordinaria. Per tenere sotto controllo budget, scadenze e flussi di cassa, può essere utile adottare un sistema organizzativo dedicato, così da ridurre errori e ritardi nella gestione economica del negozio.

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Costi burocratici e adempimenti da mettere a budget per aprire un negozio di abbigliamento

Quando si stima il budget iniziale per un negozio di abbigliamento, è facile concentrarsi su arredi, merce e ristrutturazione, ma i costi burocratici e gli adempimenti obbligatori incidono già nella fase di avvio e vanno considerati con attenzione. La corretta pianificazione di questi passaggi aiuta a evitare sorprese sul costo di apertura, soprattutto perché alcune spese sono una tantum mentre altre diventano costi fissi ricorrenti. Inoltre, la struttura dei costi può cambiare in base alla forma giuridica, alla presenza di un locale fisico e alle verifiche richieste dal Comune o dagli enti previdenziali.

Le principali spese amministrative iniziali

Tra i primi oneri da considerare c’è l’apertura della Partita IVA: in autonomia può essere gratuita, mentre con il supporto di un commercialista il costo indicato è di 500-1.500 euro. A questo si aggiunge la SCIA al Comune, con un costo stimato tra 100 e 300 euro. Queste voci rientrano nei costi di avvio e vanno inserite nel piano economico insieme alle altre spese iniziali, perché incidono sul capitale necessario prima dell’apertura al pubblico.

Nel caso di un negozio di abbigliamento, è utile verificare anche le pratiche collegate al SUAP, che possono essere richieste dal portale comunale in base al territorio e al tipo di attività. Non si tratta solo di un passaggio formale: eventuali adempimenti aggiuntivi possono comportare ulteriori costi amministrativi e tempi più lunghi, soprattutto se il locale richiede verifiche su sicurezza, accessibilità o conformità degli impianti.

Contributi, fiscalità e gestione ricorrente

Oltre alle spese di apertura, bisogna mettere a budget la gestione ordinaria. Per il titolare iscritto alla gestione commercianti INPS, il contributo indicato è di circa 4.500 euro annui di quota fissa, più una quota percentuale sul reddito. In media, questo si traduce in 375-500 euro al mese circa, prima di eventuali ulteriori importi legati ai risultati dell’attività. Si tratta di un elemento decisivo nel calcolo del break-even, perché aumenta i costi da coprire con i ricavi mensili.

Per questo motivo, il negozio non va valutato solo in base al margine sulla vendita dei capi, ma anche in funzione dei costi variabili e dei costi amministrativi ricorrenti. Una formula utile, in termini pratici, è: break-even = costi fissi / margine di contribuzione. Se i costi fissi includono contributi, commercialista, affitto e utenze, il punto di pareggio può spostarsi rapidamente verso l’alto, soprattutto nei primi mesi.

Quando serve il commercialista e quanto pesa sul piano costi

Il commercialista non è obbligatorio in ogni caso, ma diventa spesso una scelta prudente quando si vogliono ridurre errori su Partita IVA, inquadramento fiscale, iscrizioni e adempimenti iniziali. Nel contesto dei costi di apertura, il suo ruolo va considerato sia come costo burocratico iniziale sia come spesa ricorrente per la gestione amministrativa. Se si affida tutto a un professionista, il costo iniziale può essere più alto, ma si riduce il rischio di errori che potrebbero generare ritardi o spese aggiuntive.

È importante anche distinguere tra costi una tantum e costi continuativi: la prima categoria comprende apertura Partita IVA, SCIA e pratiche di avvio; la seconda include contributi INPS, consulenza contabile e eventuali adempimenti periodici. Questa distinzione aiuta a costruire un piano più realistico e a non sottovalutare l’impatto dei costi fissi sul margine netto.

Verifiche locali e impatto sul budget complessivo

Le attività di abbigliamento possono richiedere ulteriori controlli in base al locale e alla destinazione d’uso. In pratica, prima di aprire conviene verificare se servono adempimenti su sicurezza, accessibilità e conformità degli impianti, perché questi aspetti possono incidere sui costi di avvio e sui tempi di apertura. Anche quando non emergono spese elevate, il rischio principale è sottostimare il fabbisogno iniziale e arrivare all’apertura con un budget troppo stretto.

Un esempio prudente: se si sommano apertura Partita IVA con commercialista, SCIA e prime pratiche amministrative, il solo blocco burocratico può assorbire una quota non trascurabile del capitale iniziale, prima ancora di affrontare ristrutturazione e arredi. Per questo, nel calcolo del ROI e del punto di pareggio, i costi amministrativi vanno trattati come parte integrante dell’investimento iniziale, non come dettaglio secondario.

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Come ridurre l’investimento iniziale e proteggere il budget di un negozio di abbigliamento

Quando si valuta quanto costa aprire un negozio di abbigliamento, il punto non è solo stimare l’esborso iniziale, ma capire come distribuire le risorse per non mettere sotto pressione la liquidità nei primi mesi. In questa attività, infatti, i costi di avvio possono variare molto in base a locale, metratura, livello di allestimento e quantità di merce acquistata. Le fonti disponibili indicano che aprire un negozio di abbigliamento può costare da 20.000 a 100.000 euro, mentre la ristrutturazione può incidere per 8.000-15.000 euro. Per questo, una pianificazione prudente aiuta a contenere costi fissi e costi variabili senza compromettere l’immagine del punto vendita.

Scegliere soluzioni che abbassano i costi di avvio

La prima leva per ottimizzare il budget è partire da un locale già a norma, così da ridurre interventi tecnici e tempi di apertura. Anche una metratura contenuta può essere una scelta efficace: meno spazio significa spesso minori spese di allestimento, gestione e stock iniziale. In fase di trattativa, è utile negoziare caparra e canone, perché il peso dell’affitto incide direttamente sui costi fissi mensili e sulla soglia di break-even.

Un altro accorgimento pratico è scegliere arredi modulari, che permettono di adattare il negozio nel tempo senza rifare tutto da zero. Sul fronte merceologico, limitare lo stock iniziale e testare il mercato con un assortimento mirato riduce il rischio di immobilizzare capitale in prodotti lenti da vendere. In altre parole, meglio un avvio più snello che un magazzino troppo pieno e poco rotante.

Valutare formule alternative al negozio tradizionale

Per contenere i costi burocratici e gli investimenti iniziali, può essere utile valutare alternative o integrazioni al punto vendita fisico. Un franchising può offrire un modello già strutturato, mentre un temporary store consente di testare la domanda con un impegno più limitato. Anche il subentro in un’attività già avviata può ridurre alcune spese di partenza, soprattutto se il locale è già predisposto.

In parallelo, l’e-commerce può affiancare il negozio fisico per generare traffico e ampliare il bacino di clienti. Usare canali digitali per promuovere collezioni, novità e promozioni aiuta a sostenere i ricavi senza aumentare in modo proporzionale i costi. Questo approccio è particolarmente utile quando si vuole mantenere un investimento iniziale più controllato.

Agevolazioni e finanziamenti da considerare

Un capitolo importante nella pianificazione riguarda le agevolazioni. Le fonti indicano che un negozio di abbigliamento può accedere a finanziamenti e misure utili per aprire, ristrutturare e digitalizzare il punto vendita. Tra le opportunità citate compaiono Resto al Sud, microcredito e bandi regionali. Sono strumenti che possono alleggerire il fabbisogno iniziale, ma requisiti e importi cambiano nel tempo, quindi vanno verificati caso per caso.

Per chi sta costruendo il piano economico, è importante distinguere tra risorse proprie e capitale esterno: un finanziamento può aiutare a coprire parte dei costi di avvio, ma non sostituisce una stima realistica delle uscite ricorrenti. Anche gli adempimenti iniziali, inclusa la SCIA, vanno considerati nel quadro complessivo dei costi burocratici e organizzativi.

Business plan e simulazione degli scenari

Un business plan realistico è lo strumento più utile per capire se il negozio può arrivare al break-even senza stressare la cassa. La formula di base resta semplice: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se i costi fissi sono troppo alti o lo stock iniziale è sovradimensionato, il margine si riduce rapidamente e il rientro dell’investimento si allunga.

Per questo può essere utile un software dedicato, che semplifica la pianificazione dei costi, il controllo del budget e la simulazione di scenari economici. In questo senso, Software business plan Negozio di abbigliamento AI può aiutare a costruire ipotesi più solide su ricavi, spese e fabbisogno finanziario, così da proteggere la liquidità nei primi mesi di attività.

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Errori che fanno salire i costi di un negozio di abbigliamento e come evitarli

Quando si valuta quanto costa aprire un negozio di abbigliamento, il problema non è solo stimare l’investimento iniziale, ma anche evitare errori che fanno crescere i costi di avvio e di gestione mese dopo mese. In questo settore, una pianificazione poco precisa può trasformare un budget apparentemente sostenibile in una struttura con costi fissi troppo alti, costi variabili fuori controllo e margini troppo stretti per arrivare al break-even. Per questo è fondamentale ragionare non solo su arredi, stock e allestimento, ma anche su flussi di cassa, scadenze fiscali e adempimenti come la SCIA, che incidono sui costi burocratici e sui tempi di apertura.

Budget e location: gli errori che pesano di più

Uno degli errori più comuni è partire senza un budget realistico, sottovalutando le voci accessorie rispetto ai soli lavori iniziali. Dai dati disponibili, la ristrutturazione di un negozio di abbigliamento può collocarsi tra €8.000 e €15.000, ma questo non esaurisce i costi di avvio: arredi, stock iniziale, pratiche e gestione operativa vanno considerati insieme. Un altro errore frequente è scegliere una location troppo costosa rispetto al potenziale di vendita, con un affitto che assorbe troppo margine già nei primi mesi.

La soluzione è semplice: definire prima il punto di pareggio e poi verificare se la posizione scelta consente di sostenerlo. In pratica, conviene stimare il fatturato minimo necessario e confrontarlo con i costi fissi mensili, evitando location “di prestigio” se non sono coerenti con il target. Anche la mancata definizione di un target specifico porta a spese inutili: assortimento, allestimento e prezzi devono essere coerenti con il cliente che si vuole servire.

Stock e magazzino: dove si nascondono i costi variabili

Nel negozio di abbigliamento, la sottostima delle spese di magazzino è un errore che incide direttamente sui costi variabili. Acquistare troppo stock all’inizio significa immobilizzare capitale, aumentare il rischio di invenduto e dover ricorrere a sconti aggressivi per liberare spazio. Anche un assortimento troppo ampio può far salire i costi di gestione, perché richiede più controllo, più esposizione e più capitale circolante.

Per evitare questo problema, è utile partire con un assortimento essenziale e monitorare con attenzione rotazione e vendite. Un esempio pratico: se una parte rilevante dello stock resta ferma, il negozio non sta solo perdendo liquidità, ma sta anche rallentando il ritorno dell’investimento iniziale. La regola operativa è acquistare in modo progressivo, rifornendo le categorie che vendono meglio e riducendo gli articoli a bassa rotazione.

Prezzi, promozioni e resi: gli errori che erodono il margine

Un altro errore critico è fissare prezzi incoerenti con il posizionamento del negozio o con i costi effettivi. Se il pricing non copre i costi totali, il margine si assottiglia rapidamente e il break-even si allontana. Anche promozioni non sostenibili possono sembrare utili nel breve, ma spesso riducono il margine netto più di quanto aumentino il volume di vendita.

La formula da tenere a mente è semplice: Margine netto = (Ricavi – Costi totali) / Ricavi × 100. Se i prezzi sono troppo bassi o gli sconti troppo frequenti, il risultato peggiora anche con un buon fatturato. Lo stesso vale per la scarsa attenzione ai resi: ogni reso non gestito bene genera costi aggiuntivi, tempo perso e possibili perdite di valore sul prodotto. La soluzione è definire regole chiare su sconti, resi e soglie minime di marginalità, controllandole ogni giorno.

Controllo quotidiano e burocrazia: prevenire sorprese di cassa

Molti negozi sottovalutano i mesi lenti e non prevedono un cuscinetto di liquidità per coprire i periodi di minore incasso. Questo errore può creare tensioni di cassa anche quando il negozio vende bene in altri momenti dell’anno. Per evitarlo, è essenziale monitorare costantemente i flussi di cassa e le scadenze fiscali, così da non trovarsi impreparati davanti a pagamenti e adempimenti.

Ritardi burocratici, pratiche incomplete e gestione disordinata delle scadenze possono far slittare l’apertura e aumentare i costi burocratici. Un controllo quotidiano dei margini, degli ordini e delle vendite aiuta invece a correggere subito gli errori. In questo senso, anche strumenti digitali di supporto possono essere utili per tenere sotto controllo budget, ordini e performance, purché il monitoraggio resti costante e concreto.

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Domande frequenti su Negozio di abbigliamento

Quanto devo investire per aprire un piccolo negozio di abbigliamento?

In base al contesto, l’investimento iniziale può partire da circa 20.000 euro e arrivare fino a 100.000 euro, a seconda di zona, dimensione, tipologia di negozio e forma giuridica. Per la sola ristrutturazione, il costo medio indicato è tra 8.000 e 15.000 euro, a cui vanno aggiunti arredi, merce iniziale e altre spese di avvio. Sono valori indicativi, ma utili per capire che il budget minimo va pianificato con attenzione.

Quali sono le spese che pesano di più nei primi mesi?

Nei primi mesi incidono soprattutto l’allestimento del punto vendita, l’acquisto della merce iniziale, l’eventuale ristrutturazione e i costi fissi come affitto e utenze. Anche le spese legate alla gestione burocratica e alla forma giuridica scelta possono influire sul budget. In generale, la pressione maggiore arriva quando i ricavi non coprono ancora stabilmente i costi ricorrenti.

In quanto tempo si rientra dell’investimento iniziale?

Il tempo di rientro non è uguale per tutti e dipende da vendite, margini, costi fissi e capacità di contenere le spese iniziali. Senza dati specifici sul singolo caso, è corretto considerarlo un obiettivo da valutare con prudenza e non una scadenza garantita. Più il negozio parte con costi sotto controllo, più il break-even può avvicinarsi.

Ci sono agevolazioni o incentivi per aprire un negozio di abbigliamento?

Sì, nel contesto viene indicato che esistono agevolazioni disponibili per chi apre un negozio di abbigliamento. La convenienza reale dipende però dai requisiti richiesti e dalla forma giuridica scelta. Prima di partire, conviene verificare con attenzione quali strumenti siano effettivamente accessibili nel proprio caso.

Quanto incidono i costi burocratici per aprire l’attività?

I costi burocratici non sono quantificati nel dettaglio nel contesto, ma vanno considerati insieme agli altri costi di avvio. Possono variare in base alla forma giuridica, agli adempimenti richiesti e alla struttura dell’attività. Per questo è importante inserirli nel piano iniziale, anche se spesso vengono sottovalutati.

Conviene aprire un negozio fisico o un e-commerce di abbigliamento?

Un negozio fisico richiede in genere un investimento più alto, perché include ristrutturazione, arredi e costi di gestione del locale. L’e-commerce, invece, può avere una struttura di costi diversa e più flessibile, ma richiede comunque un progetto solido e investimenti mirati. La scelta dipende da budget, obiettivi e modello di business, quindi va valutata caso per caso.

Per stimare con più precisione costi, margini e tempo di rientro, può essere utile usare un software dedicato alla pianificazione economica dell’attività.

 

 

 

Autore dott. Stefano Ventura

Dott. Stefano Ventura

Esperto in budget, business plan e consulenza aziendale. Dottore Commercialista dal 1997, ora si dedica a tempo pieno alla sua creatura Softwarebusinessplan.it e allo sci!

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